Giovanni Palatucci - Collega e maestro

 

Un giorno d’estate del `92 Aurelio Massimi, compagno di lontane battaglie per la democratizzazione della Polizia, m’aveva portato nell’ufficio della Farnesina, alcune pagine di un libro. Avevo da un paio di anni lasciato lasciato la Polizia, per un lavoro più remunerato e tranquillo. Quel mattino i giornali riportavano l’uccisione di un giovane agente in uno scontro a fuoco con rapinatori, l’arresto di due poliziotti a Milano per corruzione. Mi sentivo solo, inutile, pieno di rimpianto. Iniziai a leggere quei fogli. I sentimenti divenivano stupore e ammirazione per il personag¬gio che emergeva: Giovanni Palatucci, collega nella Fiume italiana, arrestato dalle SS, torturato a Trieste, depor¬tato a Dachau perché colpevole di avere aiutato gli ebrei durante le “leggi razziali”. Che lezione di professione e di vita: mai rinunciare al senso vero del proprio lavoro, ma indirizzarlo sempre al servizio degli altri. La grandezza professionale, umana, etica e cristiana di quel collega, mi illuminava. Come osavo sentirmi amareggiato per le ostilità subite? Rintracciai subito l’autore di quelle pagine, Goffredo Raimo, professore di Montella, vicino Avellino. Mi spedì il libro “A Dachau per amore”. Lo lessi d’un fiato e l’innamoramento per il collega fu totale. Con Raimo, Aurelio Massimi, un sacerdote missionario, un artista ebreo e Franco Cesareo presidente dell’Unione invalidi per servizio, costituimmo presso un notaio a Roma l’Associazione: “Giovanni Palatucci, fratello di pace” per perpetuare l’insegnamento di quel funzionario di polizia che aveva dato la vita per il prossimo perseguitato. Il giorno dopo presentai domanda per rientrare in Polizia. Mi gettai a capofitto tra i faldoni dell’Archivio di stato in ricerche che ne confermavano la straordinarietà. Incontrai persone eccezionali, dallo storico Marco Coslovich a Vittorio Foa, a Leo Valiani. Visitai Fiume, i luoghi dove aveva lavorato, sofferto, pregato. Mi accompagnò, tornando oltre il dolore in quei posti, Maddalena Werczler, la cui famiglia ebrea Palatucci aveva salvato quand’era bambina. Piansi in Archivio leggendo i suoi ultimi rapporti indirizzati al Capo della Polizia, al Prefetto e al Consigliere germanico di Fiume: “ in materia di morale io rispondo-scriveva- alla mia coscienza che è il più severo dei giudici…”. Si preoccupava del personale: “ bisognerebbe fare qualcosa per questa gente che non riesce a sedare gli stimoli della fame..”; e ai suoi genitori “ ..vogliono farci credere che il cuore è solo un muscolo”. Mi sgorgò dal cuore una poesia. Andai a trovare Fernando Masone, Capo della Polizia: avrebbe approfondito. Dopo un anno Il Presidente della Repubblica Scalfaro avrebbe attribuito a Giovanni Palatucci la medaglia d’oro al valore civile. Nonostante le ripetute domande, sarei potuto rientrare in polizia solo dopo anni. Dovevo saperlo, l’amministrazione non dimentica. Quante ulteriori difficoltà e ostilità avrei dovuto affrontare! Ma Giovanni Palatucci sarebbe stato sempre per me guida esemplare, “spirito guida”. Oggi ad Ari, nella Valle della memoria, lo ricorda la scultura di un Cristo, adagiato nelle braccia della Madre. E dinanzi le rose piantate dai ragazzi di scuola.